In tanti hanno accolto l’estro creativo scaturito dal mio post (che trovi qui), e mi hanno dato il consenso a pubblicare il loro racconto.

Oggi è il turno di Margherita Fogli.

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La fotografia

Chi sono io?

La domanda filosofica per antonomasia, me la sono fatta all’età di quindici anni, non perché stessi vivendo il mio risveglio spirituale ma perché avevo visto la mia immagine riflessa su una fotografia scattata con una Polaroid.

Non ho un bel rapporto con le fotografie e l’ho scoperto quel pomeriggio d’estate durante una gita in montagna con Maria Laura, la mia migliore amica, e suo fratello Giacomo.

“Dai, mettetevi su quel sasso che vi faccio una foto!”.

Io e Maria Laura, saltellando felici e contente, ci siamo arrampicate su un enorme sasso prendendoci per mano, come facevamo spesso, e una volta messe in posa siamo scoppiate a ridere.

Giacomo imprecava: “Non iniziate a fare le cretine, sorridete e state ferme, altrimenti mi fate sprecare tutte le pellicole!”.

Ma questo a noi non interessava, più ci chiedeva di stare ferme e più esplodeva la ridarella.

Alla fine, dopo svariati inviti, abbiamo trovato un momento di pace ed è riuscito finalmente a scattare la foto.

Giacomo ha iniziato a sventolare la foto come se dovesse farla raffreddare, lo faceva sempre, come se quel gesto potesse accelerare in qualche modo lo sviluppo.

Intanto io e Maria Laura eravamo concentrante a scendere dal sasso liscio e privo di appigli, per cui ogni movimento goffo era motivo di risata.

Quando l’immagine fu nitida, Giacomo ci chiamò per vedere il risultato.

Osservai la foto e ne rimasi stupita.

“Maria Laura, ho la faccia gonfia? Ho la bocca storta?”.

“Ma cosa stai dicendo?!”.

“Non vedi che sembro gonfia e la bocca sembra storta?”.

“Non vedo nulla, per me sei normale così!”.

“Maria Laura, guardami! Io sono come mi vedi in foto?”.

“Ascolta, Margherita, io non ho capito che cosa vuoi che ti dica, io ti vedo come ti ho sempre vista tutti i giorni da quando ti conosco. Non ho mai visto né la guancia gonfia né la bocca storta! Ti basta o dobbiamo continuare ancora per molto con queste domande assurde?”.

Da quel momento rimasi in silenzio. Sentivo lo stomaco  contratto tanto da avvertire persino un senso di nausea.

Pensavo: ma io chi sono? Quella che vedo in foto o quella che vedo allo specchio? Quale immagine di me hanno le persone? Per me le immagini non corrispondono. Io allo specchio mi vedo in un modo e in foto in un altro.

In foto vedo il viso asimmetrico e questo mi fa soffrire profondamente.

Mi ricorda l’incidente all’età di quattro anni. Un salto di tre metri provocato da un momento di stupidità, di mio zio che ha strattonato la scala a pioli mentre stavo scendendo dal fienile.

Un incidente che mi ha segnato la vita oltre che il viso, che è rimasto più gonfio sul lato destro.

Per questo odio le fotografie, perché sottolineano tutta la mia sofferenza.

Anni di psicoterapia per imparare ad accettarmi fisicamente, ma soprattutto per accettare l’omissione di responsabilità di mio zio.

Stavo giocando con mia cugina, sua figlia, e un’amichetta. Queste erano le testimoni oculari, ma troppo piccole al momento dell’incidente per rendersi conto della gravità del gesto, e crescendo credo che abbiano rimosso quel fatto.

Io lo ricordo benissimo, ricordo ogni dettaglio, persino il viso dell’infermiera che sull’ambulanza mi parlava per non farmi addormentare. Poi il coma e successivamente il risveglio.

I primi passi nel corridoio dell’ospedale dove mio padre mi faceva fare dei piccoli tragitti e mi attendeva in ginocchio a braccia aperte, la difficoltà ad aprire la bocca per mangiare, perché la mandibola era stata compromessa. Tutto è scolpito nella mia mente!

Ci sono voluti anni per accettare il mio viso. Ora non mi imbarazza più e quando le persone mi chiedono se “sono gonfia” rispondo con molta serenità che il mio viso è così a causa di un incidente.

Per altrettanti anni non ho compreso come avesse fatto mio zio a far finta di niente, senza mai scusarsi per l’accaduto.

Ma ho risolto anche questo. All’età di quarantaquattro anni, dopo quarant’anni dall’incidente, ho chiesto di incontrare mio zio, insieme alla zia, per affrontare l’argomento.

Ho esordito dicendo che ero andata in pace, che non volevo affatto litigare, volevo solo raccontare come avevo vissuto in questi quarant’anni tra problemi psicologici e interventi vari alla mandibola, denti…

Ho fatto un monologo di circa un’ora senza mai essere interrotta. Solo due frasi sono state dette da parte loro. Mia zia ha detto: “Mi dispiace per quello che hai passato, mi sento mortificata”. E mio zio: “Quando ti ho presa in braccio, mi hai sporcato la giacca di sangue e pur avendola portata in tintoria, le macchie sono rimaste”.

Certo! ho pensato. Le macchie di sangue sono rimaste per ricordarti di ciò che hai fatto!

Non avevo nessuna aspettativa da questo incontro e pertanto non mi sono stupita di come fosse andata.

In ogni caso io avevo voluto l’incontro solo per ritrovare la mia pace interiore.

Mentre uscivo da casa loro percepivo già quel senso di leggerezza, sentivo una calma immensa.

Mi sentivo bene, mi ero fatta un grande regalo.

Con il tempo ho imparato che perdonare non vuol dire accettare e alleviare la responsabilità di chi ha commesso un’azione, ma fa bene a colui che perdona perché lo libera dalla rabbia e dal risentimento.

Io da quel momento sono rinata!