close up of woman using a white corrector to paint over a letter

La scrittura è un cliché (sì, lo è)

Hai mai pensato a tutti quei dannatissimi cliché che ci sono nella scrittura?

Te li sbattono sul muso al primo giorno di corso, alla prima pagina di libro, al primo minuto di video…

Ma nessuno (forse) si è mai resto conto che la scrittura vista in un certo modo è un intero luogo comune?

Attenzione: articolo polemico e critico e non-politically correct. Leggere solo se in possesso della prescrizione medica anti-bile.

Ps. Può darsi che io stessa abbia usato questi cliché nel blog e nel sito. Chiedo scusa. Il blog cresce come la sottoscritta, a volte va indietro e altre avanti. A volte delira.


Non ho capito, Ema…

Infatti è difficile capire, perché non stiamo parlando della scrittura “in sé”, ma della scrittura “come percepita”.

Ti sei accorto (spero) che ormai è soltanto una corsa a chi fa meglio, a chi appare meglio, a chi “dice” meglio…

E anche nella scrittura, ahimè, si sono sedimentati alcuni cliché che se perpetrati la svuotano di senso.

Quattro, in particolare, quando li sento come editor, o quando mi scopro di usarli, mi danno… particolare fastidio.

Scrivo da quando ero bambino

Ma no! Davvero! E io che pensavo che da bambino ti arrampicassi sulle liane e gridassi ioioioioiooooo

Siamo seri. Scriviamo da quando siamo bambini perché, come la nostra bella società ci ha educato, siamo andati a scuola, abbiamo imparato le letterine, l’alfabetino, facevamo i temini…

Eh, ma io intendevo scrivere scrivere, non scrivere così…

Balle. Sempre scrittura è. E quando ti arriva in redazione lo scrittore gonfio e ti pianta il manoscritto sulla testa dicendo scrivo da bambino, sottintendendo che per forza di cosa sarà il prossimo “caso editoriale”, non so te, ma a me sale la pressione.

Non dobbiamo ingabbiarci, non dobbiamo essere costretti a dire che scriviamo fin da bambini perché così è figo e siamo come gli altri. Magari da bambino eri costretto a fare ‘sti piffero di temi e dopo le scuole non hai più preso in mano un quaderno, ma poi ti è venuta l’idea e hai preso a scrivere. Che male c’è a dirlo? Nessuno giudica la carriera di scrittore dell’altro, e se lo fanno, rispondo con una massima di un caro amico di mio padre: “Lascia che dicano”.

La scrittura è terapeutica

Anche piantare una patata lo è. Anche grattare il muso della Pirru. Anche fumare, dai. Cavolo, anche fare sesso è terapeutico.

Questo per dirti che ogni cosa che ci piace, in cui ci mettiamo il cuore, è terapeutico.

Adesso c’è la moda dei corsi di scrittura terapeutica, coaching terapeutico, scrivi per salvarti.

Ma vaffancuore. Io non scrivo per salvarmi (e non solo io). Io quando scrivo mi faccio un male del cavolo. Perché scrivere (e soprattutto riscrivere) è doloroso. Punto. Fine. The end.

Non chiuderti nel “scrivere è terapeutico e mi salva” perché la maggior parte delle volte può essere vero, ma la maggior parte delle volte può anche non esserlo. E se dopo che hai scritto ti senti WOW, allora non è stata terapia ma un esercizio di stile.

Questo romanzo è diverso

Diverso da cosa? Diverso da chi? Dalla zia Lalla?

Capisco l’appiattimento editoriale degli ultimi anni (per fortuna, aggiungo, ci sono ancora delle onde qua e là), ma nessun romanzo, o saggio, o manuale, è diverso in senso ampio.

Perché, che lo vogliamo o meno, se siamo narratori possiamo giocare con lo stile, con le parole, con l’intreccio, la trama, la Ralla, il pelo della Sussa, ma comunque partiamo da una base. Lo sconosciuto arriva in città. Il protagonista parte per un viaggio. Mario e Luigia vogliono stare insieme ma qualcuno non vuole. Hai un problema e ti aiuto a risolverlo.

Questa è l’unica, chiamiamola così, regola, che solo se sei davvero qualcuno puoi trasgredire. Sennò, come sopra: è un esercizio di stile.

Non ho tempo per scrivere

Ma per scrollare sì. Per vedere MasterChef sì. Per ascoltare la nuova playlist dell’estate sì.

Se non hai tempo per scrivere è perché non vuoi farlo. Tutto qui.

Non è blocco dello scrittore, è procrastinazione.

Non c’è molto altro da dire, almeno in questo caso.

Se sei arrivato alla fine di questo flusso di coscienza-volo pindarico, ti ringrazio. Se mi segui da un po’ sai che sono controcorrente. Quindi, se hai da dire qualcosa, qui sotto c’è il box dei commenti. Sennò, tant pis.

2 risposte a “La scrittura è un cliché (sì, lo è)”

  1. Avatar Grazia Gironella
    1. Avatar Emanuela

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