C’è un momento, nella vita di ogni scrittore, in cui accade qualcosa di magico. Scrive l’ultima parola: fine. Salva il documento, o chiude il quaderno, va alla finestra, sorride. Magari scappa pure la lacrimuccia. Poi: “Come inviare un manoscritto agli editori”: cerca con Google. Esattamente cinquantanove secondi dopo.
Il problema è che il libro non è finito. Mi dispiace essere io a dirtelo. Anzi no: è il mio lavoro.

Quando hai finito di scrivere hai appena iniziato
Scrivere un romanzo e terminarlo sono due cose completamente diverse. Raramente la prima stesura è quella buona. Anzi: la prima stesura è oscena.
Errori grammaticali, ortografici, refusi perché in quel momento stai guardando Lost e stai per scoprire se il pulsante è vero o finto e ti viene da scrivere in ino goni anziché in ogni (è successo… ops…), scene che boh, le hai scritte perché ti piacevano ma alla fine servono alla storia o a te per glorificarti di come sono venute bene?
Non c’è da preoccuparsi e nemmeno da strapparsi i capelli o i peli: è così. Fine. Siamo umani e non intelligenze artificiali, e fidati: nemmeno la prima stesura di queste ultime è buona. In realtà fa cac**re (sì: anche se usi ChatGPT o un’IA creata da te in quanto genio dell’informatica, non dare per scontato niente. Niente).
La prima stesura non è quasi mai il libro che finirà in mano ai lettori. Ricordo, un tempo passato, decisamente molto passato, che adoravo comporre brani musicali con alcuni software. Era il Duemila, andavano di moda ‘sti programmi tipo Music Maker. Creavo un brano, magari in una settimana, e nei due mesi successivi tagliavo, rifinivo al secondo, cambiavo qualcosa… Ma pensiamo anche a robe meno tecnologiche: un orto. Semini, aspetti, finalmente esce la piantina! Ma mica puoi rimirarla crescere! Devi stare attento a che non prenda malattie, devi concimare, bagnare, sarchiare, rincalzare, eliminare il superfluo.
Ma l’ho riletto tre volte!
Benissimo. Sai chi lo ha riletto? La stessa persona che lo ha scritto, che conosce ogni scena, ogni dialogo… ogni plot hole… che il suo cervello riempie automaticamente.
Aneddoto non richiesto, che credo avrò scritto dappertutto. Avevo terminato un racconto, una decina di anni fa. Era SUPERFICO. Non c’era da cambiare nemmeno la proverbiale virgola. Pronto da mandare a chiunque. E l’ho fatto, già. Risposta di chi l’ha letto: “Scusami, ma la persona che telefona al protagonista nelle primissime pagine del libro è morta. Come ci è riuscita?”. Emh. La mia testa era convinta di aver scritto in una maniera comprensibile che in realtà il protagonista immaginava la chiamata. Evidentemente non era così.
Il nostro cervello è un editor terribile. Quando sa già cosa dovrebbe esserci, spesso legge quello che si aspetta, non quello che c’è davvero. E se c’è una cavolata, non la vede nemmeno.
Mia moglie lo adora
Ne sono felice. Davvero. Però tua moglie ti vuole bene. Pure tuo fratello e tua figlia. Tua madre probabilmente pensa che tu abbia scritto il nuovo capolavoro del secolo (a parte la mia: ha letto due anni fa un racconto e candidamente ha detto: “Non ci ho capito nulla”. Grazie, eh). Perché il loro compito è sostenerti. O magari supportarti perché se dicessero che il tuo testo fa schifo probabilmente non gli rivolgeresti più la parola.
E va bene così.
No, non va affatto bene.
I pareri, quelli seri, spassionati e pure cattivi vengono da professionisti, beta reader; persone insomma che credono non in te ma nel potenziale di una storia. E se questa storia è orribile, non hanno paura a dirtelo. Addirittura a volte sembrano perfino andarne fieri…
Questo testo è un po’ come Bubu
Nel senso che come puoi arrabbiarti con lui se spiscietta in giro, si fa le unghie dappertutto, caca fuori della lettiera, ti ha fulminato un piccì nuovo di pacca, se ti guarda con quelle guanciotte, quegli occhioni e alza la zampetta perché si crede cane e non gatto?
Ci sta, dai. A meno che tu non abbia un’autostima ai minimi storici, difficilmente riterrai che questa santa prima stesura abbia dei difetti. Non nascondiamoci dietro un paletto: lo dicono tutti, il proprio testo è come un figlio. Chissene se ha dei difetti (non li ha, fidati).
Ma gli altri non vedranno un pargoleto o un gatto-peluche: gli altri vedranno le ripetizioni. Le scene inutili. I dialoghi che si trascinano. I personaggi che parlano tutti con la stessa voce. Quel capitolo che esiste solo perché ti eri affezionato a un’idea.
Fa malissimo? Certo. Serve? Sempre.
La domanda che nessuno si fa
Non è: “Ho finito il libro?”
Bensì: “Quanto sono disposto a cambiarlo?”
Un libro raramente nasce bello: ma lo diventa. Taglio dopo taglio, riscrittura dopo riscrittura, bestem… no, quelle no.
Il giorno in cui scrivi l’ultima parola del tuo libro è lo stesso giorno in cui inizi a scriverlo davvero.





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