C’è una frase che ogni editor ha sentito almeno una volta nella vita. “Non vorrei che l’editing rovinasse il mio stile.” Traduzione: “Non vorrei che qualcuno mi dicesse che posso migliorare.” Lo so, è una frase cattiva. Ma concedimela.
Perché dietro questa convinzione si nasconde uno dei più grandi equivoci del mondo editoriale: l’idea che lo stile sia qualcosa di così delicato da frantumarsi alla prima linea tracciata con penna rossa.

Facciamo una prova?
Prendi il tuo autore preferito e immagina che un editor gli suggerisca di eliminare tre ripetizioni, spostare un capitolo e rendere più naturale un dialogo. Davvero pensi che, una volta pubblicato, non lo riconosceresti più? Che non sentiresti più la sua voce?
Sì, purtroppo, e qui apro una parentesi, da come gira il mondo editoriale adesso noto un certo appiattimento, soprattutto tra i bestseller. Ma lo vedo anche in tanti manoscritti IA-generati, perché l’intelligenza artificiale non genera, ma copia, e si rifà, penso, allo stile del mercato.
Lungi da me “digressionare” su cosa ama il mercato e sul libro come prodotto, perché per fortuna non tutto il panorama editoriale la pensa così e c’è chi ama lavorare sullo stile di un autore, non stravolgendolo ma arricchendolo.
Perché lo stile non è una collezione di avverbi. Non sono le frasi lunghe. Non sono i punti di sospensione. Non sono gli aggettivi in fila indiana. Questi, nella maggior parte dei casi, sono errori.
Lo stile è il modo in cui guardi il mondo
È il ritmo con cui racconti. È la tua voce.
E posso dirti che un vero editor, un “vero” editore, hanno cura di mantenerlo. Anzi: è loro dovere farlo.
Una voce non sparisce perché qualcuno le chiede di parlare con meno “ehm”.
Molti autori confondono lo stile con le proprie abitudini di scrittura. Ripetere sempre le stesse parole non è stile. Mettere tre metafore nella stessa frase non è stile. Scrivere dialoghi di due pagine senza un punto non è stile. È come dire che portare sempre i calzini spaiati sia un tratto della propria personalità.
Le abitudini, quando non funzionano, vanno cambiate. Tutti noi scrittori abbiamo pessime abitudini. Giri di frase comprensibili sono agli iniziati, oppure “tic” come usare spesso un verbo, un sostantivo, un aggettivo, perché piace (in Io sono l’usignolo l’editor mi ha detto che avevo un rapporto malsano con avvolgere perché c’era dappertutto, ahia…)
L’editing non dovrebbe rendere tutti gli autori uguali. Se succede, c’è un problema, lo abbiamo detto. Ma un buon editor non lima la tua voce. Il suo obiettivo non è scrivere al posto tuo, magari trasformando il tuo stile nel suo. È fare in modo che il lettore senta te e non inciampi ogni tre righe.
E se il tuo stile sopravvive a un editing, significa che era davvero il tuo. Se invece scompare dopo aver eliminato qualche ripetizione… forse non era stile. Era solo la prima… bozza.





Rispondi