happy family playing in autumn park

Io scrivo benissimo, lo dice mammà

C’è una figura mitologica che accompagna ogni aspirante scrittore. No, non è la Musa. È la madre.

Lei legge il tuo romanzo con gli occhi lucidi, arriva all’ultima pagina e pronuncia la frase che, da secoli, alimenta sogni editoriali e tragedie narrative: “Amore, è bellissimo.” E probabilmente lo pensa davvero.


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Photo by Alexander Mass on Pexels.com

Mamma, papà, zio, sorelle…

Il problema di queste persone, se con loro hai un legame stretto, è che non stanno leggendo davvero il tuo libro: leggono te.

Ci hai mai pensato? Da piccolo forse qualcuno ti ha visto disegnare una casa sbilenca con un ometto stilizzato e un cane a tre zampe. Questo qualcuno ti voleva bene e ti ha detto che era un capolavoro. Non ti ha presto in giro, però,il suo ruolo era incoraggiarti, non valutare la prospettiva della casa (decisamente impossibile) o l’anatomia del cane (o meno).

Con i libri funziona allo stesso modo.

Avevo una decina di anni ed ero superfan di Sailor Moon. Così superfan che mi ero decisa che “da grande” avrei disegnato fumetti. E avevo iniziato, sì. Ricopiavo le immagini delle Sailor, le coloravo, poi cercavo di crearne una io… Erano orribili, mi spiace dirlo. Io ce la metto, la buona volontà, ma non ho mai saputo disegnare. E il bello che in famiglia sembrava che facessi capolavori! Mia nonna mostrava i disegni a tutti (aiuto), mia madre leggeva volentieri gli pseudofumetti che creavo. Per fortuna mi sono accorta che come fumettista non avrei fatto strada, e ho preso un sentiero diverso: quello della scrittura.

Questo per dirti che quando un familiare legge il tuo manoscritto, difficilmente riesce a separare l’autore dalla persona. Ogni pagina è filtrata dall’affetto, dai ricordi e dall’orgoglio. E questo rende il suo giudizio prezioso, ma non imparziale.

La stessa cosa vale per il partner, per gli amici più stretti e persino per quel collega che ti dice: “Io non leggo mai, però il tuo libro mi è piaciuto tantissimo.” È una carezza, non una recensione. E le carezze fanno bene all’autostima, ma non sistemano una trama che perde pezzi al capitolo cinque.

Docce gelatissime

Forte dell’approvazione familiare, amicale e del partner, non puoi che proporre il tuo libro. Cioè, se piace a loro, che ti conoscono a menadito, deve piacere anche agli altri.

E qui casa il povero asino.

Perché gli altri (chiunque essi siano) non ti conoscono, primo, e, secondo, nemmeno gli interessa. Vogliono leggere la tua storia. O almeno la sinossi.

BUM.

Rifiuti da qualunque parte, critiche (magari costruttive), oppure nessuna risposta.

E tu ti ritrovi in mezzo a una tempesta di vento e acqua, l’ombrello si è rotto e la macchina e a qualche chilometro. Sballottato qua e là, la raggiungi, alla fine, ma fradicio, gonfio, spugnoso.

E decisamente incazzato. Con gli agenti letterari, gli editori, gli editor, il mondo editoriale tutto.

Perché è colpa loro, eh. Non hanno saputo interpretare il tuo genio…

Due strade… anzi, tre

Uno scrittore arrabbiato può commettere imprudenze. Capita a tutti noi, e non solo in ambito editoriale. Siamo così incazzati e vogliamo qualcosa così disperatamente da accettare tutto.

La prima strada. Editoria a pagamento. Loro ti rispondono sempre. Il tuo libro è ottimo, ha potenziale, rientra nelle nostre linee editoriali ecc., ma la congiuntura economica ci impone di chiederti un contributo di x kappa. Tu accetti. Il romanzo viene “pubblicato” e finalmente realizzi il tuo sogno. Ma quanto è caro, ‘sto sogno…

La seconda strada. Selfpublishing selvaggio. Pubblichi il libro senza riletture, riscritture, correzioni. Tanto, ti han detto che va bene. Le vendite? Aspettiamo…

La terza strada. Se vuoi davvero migliorare, hai bisogno di qualcuno che non abbia paura di dirti che quel dialogo è artificioso, che il protagonista è poco credibile o che il finale arriva senza averlo preparato.

Fa male, ma molto meno di ricevere dieci rifiuti dagli editori convinto di aver scritto un romanzo impeccabile. O di spendere x kappa per un libro che non sai nemmeno dove finirà (nella migliore delle ipotesi). O di non vendere nemmeno una copia e, in caso contrario, di ricevere magari la famigerata recensione a una stella.

L’errore più grande non è ascoltare i complimenti. È scambiarli per una valutazione tecnica. Perché esistono due domande completamente diverse. “Ti è piaciuto?” E: “Secondo te funziona?”

La prima può rispondere al cuore. La seconda richiede competenza, esperienza e una buona dose di sincerità. E la sincerità, a volte, uccide.


Se tua madre dice che scrivi benissimo, abbracciala. Se un editor ti dice che il tuo libro ha dei problemi, ascoltalo. Una ti ama. L’altra cerca di far amare il tuo libro anche a chi ti non conosce.

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