Vi segnalo l’uscita del nuovo libro di Cosimo Mirigliano e allego qui sotto un estratto.
Il mondo fuori è un romanzo delicato ma imprevedibile fino alla fine e sono sicura che vi piacerà, come gli altri romanzi dell’autore (potete trovare l’estratto di L’estate interrotta qui e di Due cuori una sola mente qui).
Buona lettura e commentate cosa ne pensate 🙂
Cosimo mirigliano
Il mondo fuori
Enrico ama i numeri e sogna di aprire un acquario. Nella sua cittadina, però, le cose iniziano a non tornare: un’edicola chiude senza motivo, presenze insolite animano le notti, e il silenzio diventa troppo ingombrante per essere ignorato. Osservatore attento e fuori dagli schemi, Enrico è l’unico a cogliere le crepe sotto la superficie della normalità.


Trovate il suo nuovo libro qui.
GLI È SEMPRE PIACIUTO USCIRE presto la mattina col giornale sotto l’ascella e recarsi nella piccola piazza rettangolare poco distante da casa, per prendere possesso di quella abituale vista lungo il declivio. A quell’ora l’aria è immota, con una condizione termica quasi ideale: né troppo calda né troppo fredda. Il giusto per lasciare che la poca brezza presente possa adagiarsi sulla sua pelle seminuda. Scarpe da ginnastica, pantaloncini ad altezza ginocchio e canottiera bianca: gli indumenti che Enrico adora indossare.
Quella mattina si era trascinato appresso anche una felpa 100% cotone beige, colore in tinta con i raggi di sole che coloravano il marciapiede. L’analogia con un’altra strada, un altro quartiere, un’altra città, era in servibile farla, poiché tutto intorno sembrava unico e inimitabile. Si mostrava quasi novizio. Un’impressione inedita che gli dette l’entusiasmo di chi arriva per la prima volta in un luogo sconosciuto e inviolabile. Enrico aveva preso tutto quello di cui necessitava: qualche bolletta da pagare, la lista della spesa elencata in un post-it blu polvere, il portafogli in pelle scamosciata con la documentazione e infine il bancomat, mai uscire senza documenti in tasca, mi ripete sempre mia mamma. Gli venne il dubbio di aver dimenticato, come già accaduto giorni addietro, la chiave di casa attaccata alla porta. Un’inquietudine che sparì appena si ricordò di averla tirata via dalla serratura. Enrico era ossessionato dal voler uscire a quell’ora rio specifico perché non incrociava nessuno se non i so liti venditori che si affaccendavano ad aprire i negozi. Fra tutti, il signor Alberto, il giornalaio del paese che ammirava maggiormente e da cui prendeva qualche volta esempio. Gli piaceva perché era uno dei pochi che faceva con dedizione la raccolta differenziata. Una volta alla settimana si metteva con pazienza e smistava la spazzatura in appositi sacchetti, poi la lasciava in fila davanti al negozio, in modo che quando passavano quelli della nettezza urbana se la ritrovavano bella che pronta. Anche Enrico era uno dei pochi che ogni mattina, prima di comprare una copia di giornale nuovo, lasciava quella vecchia nel bidone della differenziata. In paese molti conoscevano il signor Alberto, sia perché aveva un grande fascino intellettuale sia perché possedeva un altrettanto talento nel raccontare storie reali e inventate. Dipendeva tutto da chi aveva davanti. Capitava sempre nel tardo pomeriggio, intorno alle sei e trenta, minuto più minuto meno, o nei fine settimana, ogni volta alla stessa ora, che molti adolescenti si fermassero nei pressi dell’edicola per ascoltare uno dei suoi racconti. Era dotato della grandiosa attitudine di riportare per filo e per segno ogni sua esperienza di vita. C’è chi lo ricordava marinaio di qualche imbarcazione, chi soldato di qualche battaglia e chi lo menzionava in fatti di nobile altruismo. Ma nessuno lo aveva visto in compagnia di qualche donna. E quando lo si vedeva fuori dall’orario di lavoro, spesso era impegnato ad aiutare qualcuno. Fra i più piccoli si narrava che fosse stato lui il primo bambino a nascere sotto il cavolo. Quel mattino, come decine di altre mattine, Enrico si avvicinò all’edicola. Dato che il signor Alberto si trovava fuori a cincischiare con un cliente anziano gli diede una pacca sulla spalla. «Enrico, buongiorno, eh…! Uno di questi giorni i tuoi colpetti alla spalla mi faranno venire un infarto.» «Neanche un lampo vi potrà fare del male. Come di cono molti in paese, voi siete il nuovo Gesù.» «E questa adesso da dove salta fuori? Chi direbbe una scemenza del genere? Sentirò qualche volta qual cosa di vero e sensato sul mio conto…» Il pensiero che nessun individuo avrebbe riflettuto su qualcosa di saggio sul loro conto passò nella testa di entrambi. In realtà al signor Alberto non era tanto l’opinione dei compaesani adulti a interessare, quanto la chiassosa e giovane platea che ascoltava i suoi racconti. Un pubblico genuino fatto di volti curiosi che lo ascoltava con l’interesse e il rispetto con cui si prestava attenzione a uno zio anziano o a un nonno. Nell’intendere che il signor Alberto era molto occupato e non poteva più dargli retta, Enrico lo lasciò al suo daffare e si incamminò verso un recesso della piazza. Passò prima dal bar a recuperare una brioche al cioccolato e una bibita fresca al caffè che avrebbe sorseggiato durante le commissioni. Intanto che si avviava al suo solito posto, per sedersi e riposarsi, notò una donna in lontananza, che, ferma dietro il vetro di una piccola finestra al secondo piano, guardava interessata verso l’edicola. Come a voler capire dov’era il signor Alberto. La signora indossava un vestito chiaro a tinta unita, con stampe multicolori sulla parte bassa e un fiocco grande, più scuro, su uno dei due fianchi. I capelli raccolti dietro la nuca come quelli delle ateniesi. Altre volte Enrico aveva visto qualcuno su quel balcone, ma mai aveva fatto caso a una sottigliezza del genere. Mai aveva evidenziato quell’urgenza nel capire cosa stesse facendo l’edicolante. Si convinse di quel tipo di ambiguità qual che secondo più tardi, quando la donna, una volta visto il signor Alberto, si rasserenò, ordinandosi prima i ca pelli con la mano e poi appoggiandola sul vetro. Arrivato all’angolo della piazza, restò in piedi su un rialzo di cemento malmesso che girava tutt’intorno, per godersi il panorama. Qualche fogliolina sparuta che penzolava da un albero sopra la sua testa gli stava regalando una frescura fuori stagione. Le tonalità della natura circostante erano tipiche del periodo stagionale: un misto di arancione scuro e marrone. In direzione dell’orizzonte, un susseguirsi di rondini mutilava le poche nuvole che si rifacevano alle sembianze più strampalate. Ogni tanto, fra gli alberi in lontananza, su strade sterrate, appariva qualche autovettura bianca o grigia. E più in là, a est, un gregge al pascolo col suo pastore. Volle approfittare del silenzio di cui era parte per gustare la brioche al cioccolato e sorseggiare la sua bibita preferita al caffè, mentre le gocce gli irroravano le labbra. Il gusto vivo del cioccolato ogni volta lo riportava ai tanti documentari sulla macinazione dei semi che aveva visto in televisione e curiosato in diverse riviste di Scienza. In piazza non c’era ancora anima viva, solo un paio di cani randagi e qualche gatto assonnato che comincia vano a occupare la parte in cui l’ombra si era adagiata per bene. Fiutavano che da lì a poco sarebbero stati sfrattati da qualche ominide capriccioso che amava poco gli animali. Per quello che era accaduto con la signora, Enrico aveva ancora addosso una singolare pelle d’oca; quasi avesse un’istantanea uscita dalla macchina fotografica incollata alla sua fronte senza la benché minima voglia di staccarsi. Un presentimento che partiva dalla nuca e faceva capolino giù, lasciando tanti frammentari brividi di freddo lungo la discesa. Si appassionò tanto a quelle non comuni occhiate che in un momento qualunque di quella mattina scelse di voler scoprire cosa stesse accadendo fra i due. Scoprire cosa stavano nascondendo e cosa di importante e segreto stavano eventualmente tacendo.
POTREI SCRIVERE UN LIBRO lungo tutto una vita o raccontare una storia ancora più lunga, pensò. Narrare dei tanti fatti e della mia eccessiva curiosità. Fin da quando ero piccolino sono uno sfegatato dei fumetti della Disney, dal titolo Le più belle storie in giallo, dove a Topo lino, nei panni di un detective astuto, non sfugge mai niente, nemmeno il più minuto dei dettagli, nascosto da qualunque mascalzone in circolo. Durante l’adolescenza mi sono imbattuto in alcuni giochi in scatola. Ero affezionato a Orient Express. Nonostante giocassi spesso da solo, ero imbattibile. Riuscivo a scoprire il colpevole sempre prima dei miei avversari. In quinta liceo, per l’anniversario della scuola, era stata organizzata una caccia al tesoro nel grande cortile dell’edificio. Parteciparono tutti gli studenti di ogni classe e sezione, dalla prima alla quinta, per un to tale di circa cinquecento alunni. L’insegnante di educa zione fisica che aveva organizzato il gioco aveva anche disposto i gruppi in modo casuale. Solo il numero totale degli studenti per ogni gruppo era uguale, ossia quattordici in tutto: nove maschi e cinque femmine. Il mio, che per mancanza di studenti era stato creato per ultimo, era stato composto da due femmine e otto maschi. Credereste mai che grazie al mio contributo siamo arri vati primi, davanti ad altri trentacinque gruppi? I miei compagni non volevano crederci quando mi hanno vi sto sparire nelle fratte e tornare poco dopo da loro con un forziere pieno di monete simboliche. Credereste mai che alcuni specialisti del settore, che si occupavano di persone col mio stesso disturbo, presso i quali sono stato accompagnato una marea di volte, una bella mattina si svegliano, si mettono il loro camice bianco migliore e dicono ai miei genitori: «Signori Altavilla, sedetevi e ascoltatemi con attenzione. Tutti i risultati de gli esami conoscitivi che abbiamo fatto su vostro figlio ci dicono che ha una leggera forma di autismo. La medicina è andata avanti in questo settore, pertanto se gli fate fare delle terapie adeguate, potrebbe condurre una vita quasi normale. Come tutti i suoi coetanei…» Ancora oggi, all’età di trentotto anni suonati, penso di essere normale e più intelligente di molti che incontro per strada. È vero che amo i particolari e tutto quello che gli altri non vedono, non sentono, o non vogliono né vedere né sentire. Ma non per questo mi sento di verso. Gli altri, coloro che si credono migliori, tralasciano quello che il mio fiuto da cane da caccia riesce a fiutare. Solo perché mi piacciono i numeri, e ripeto più volte la stessa frase quando non mi si ascolta, non vuol dire che abbia qualcosa che non va. Semplicemente, non mi passa niente davanti agli occhi senza che non lo analizzi col mio laser trasparente. Una cosa che magari potrebbe suscitare preoccupazione a chi mi sta vicino è che di rado, e confermo di rado, mi capita di fare la stessa cosa un paio di volte di seguito. Se sono nervoso, e riconfermo di rado, posso arrivare a farla anche quattro. Non lo faccio di proposito, ma è più forte di me: più mi concentro nel non farla e più la faccio. Volete che vi racconti perché sono ancora offeso con i miei insegnanti del liceo? Allora, per capire se avessi memorizzato tutto il programma alla perfezione, avevo chiesto di sostenere l’orale della maturità due volte. Il professore di matematica Sarco, il mio insegnante preferito, ha voluto vedere mia madre. Anche se all’incontro non l’ho accompagnata, non sono riuscito ad aspettare a casa. Perciò alle dieci e ventitré minuti e trenta quattro secondi di un lunedì mattina ho iniziato a spiarla da dietro la tenda verde di camera mia: un tessuto talmente odioso che ogni volta che mi avvicino an cora adesso mi strappa uno starnuto dietro l’altro. Enri, quante volte te lo devo dire di prendere l’antistaminico quando ti vengono quelle brutte bolle sulla schiena o tra i capelli, mi martella mia mamma. Spesso la mia testa mi porta a pensare che non ho così tanti problemi e che forse è a causa sua se ho tutte le paure del mondo, chissà. Comunque, tornando a noi, l’ho seguita, l’ho seguita e l’ho ancora seguita con lo sguardo, fino a quando è arrivata dall’altro lato della strada. Quando ho capito che potevo andarle dietro, l’ho tallonata con tutte e due le gambe, con tutte e due le scarpe che avevo addosso e anche con tutti e due i piedi che erano dentro le scarpe. L’entrata della scuola dista dal cancello di casa mia nove minuti e cinquantadue secondi. Se volete arrivare dentro la sala delle riunioni, sappiate che vi serviranno altri quindici, forse sedici secondi in più. Calcolato col mio passo normale. Quel giorno, invece, per impiegare la metà del tempo, ho fatto il pezzetto di strada a passo veloce e sono arrivato lì in cinque minuti e sei secondi. Non proprio la metà, ma è stato comunque bello aver cela messa tutta per riuscirci.
Lo so che mi sto perdendo in chiacchiere, annoiandovi. Come so che non vi ho ancora spiegato il vero motivo per cui sia rimasto male e, a distanza di diciannove anni, nove mesi e tre giorni, ce l’abbia ancora con tutti i miei insegnanti di allora. Specialmente col professore Sarco, che era il mio professore preferito. Quando adagio adagio arrivo all’entrata della scuola, mia madre sta chiacchierando con la collaboratrice scolastica mentre la donna disinfetta una sedia in vimini color cioccolato fondente al novantacinque per cento. Che ancora adesso al solo pensiero di assaporare quel cioccolato al novantacinque percento con la consistenza del vimine mi fa venire il voltastomaco. Quando la bidella capisce cosa le si sta chiedendo, lascia lo straccio appoggiato sulla sedia in vimini color cioccolato fondente al novantacinque percento e lascia anche mia madre impalata ad aspettarla. Si dilegua nel lungo corridoio che io conosco come le mie tasche: si tratta del luogo che meno mi piaceva a scuola. Tutte le volte che lo attraversavo per andare in aula, mi prendeva il panico e mi sentivo a disagio, perché sapevo che alcuni studenti si sarebbero appostati per osservarmi. E non si trattava soltanto di una sensazione, fidatevi. Per dir vene una, capitava che qualche compagno abbastanza scemo mi prendesse in giro davanti a tutti, facendomi stupide battute sulle tabelline. Cinque minuti e venti secondi dopo, che a me erano sembrati cinque giorni e venti ore dopo, arriva finalmente il mio professore, non più preferito, Sarco. Accompagnato dalla bidella e dal registro di classe blu che tiene in mano. Appena Cecilia, la collaboratrice scolastica, accosta la porta, scavalco un’aiuola e mi nascondo dietro il finestrone della stessa aula in cui si sono chiusi loro due. Anche se l’anno scolastico è finito da poco non c’è un esagerato viavai di alunni e insegnanti, pertanto avvicino l’orecchio sinistro, quello con cui sento meglio, allo spazio tra il telaio e il vetro e ascolto tutto quello che hanno da dirsi. O meglio: tutto quello che il professore di matematica, che non mi piace più, ha da dire a mia madre. Ricordo molto bene quello scambio di opinioni, quasi lo sentissi tutt’ora con le cuffie da un registratore, così tante volte da averlo imparato a me moria. «Signora Altavilla, molte grazie di essere venuta all’incontro. Cercherò di essere sincero con voi. Allora, come potrete immaginare, noi insegnanti conosciamo bene quali potrebbero essere i limiti di vostro figlio, in tendendo dire sia quelli scolastici sia quelli al difuori del nostro ambito. Tutti noi abbiamo fatto il possibile negli ultimi cinque anni per sostenerlo fino alla fine. Capite, quindi, che quando si è impuntato davanti a tutta la commissione di voler ripetere l’interrogazione una seconda volta, ho pensato fosse giusto convocarvi.»





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