girl writing on a notebook

Mi pIAce questo libro (ovvero sui testi scritti con IA)

Se ne parla molto, ma non si entra mai troppo in profondità.

Come se fosse un dato di fatto: okay, c’è l’intelligenza artificiale, bella, figata, scrivo un libro e lo pubblico. Ma anche una newsletter, un articolo, perfino un post o un commento sui social.

C’è e usiamola, no?

Sno.

Come tutti gli strumenti, anche l’IA va usata con cognizione di causa. Certo, puoi buttare lì due prompt, farti generare il libro (visto che è il settore che ci interessa), pubblicarlo. E poi?

E poi c’è che i più… furbi, diciamo così, o comunque più esperti, professionisti del settore, lettori forti, se ne accorgono. E si sentono presi per i fondelli.

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Photo by Vanessa Loring on Pexels.com

Ma possIAmo sgamarla

Se abbiamo voglia e tempo, possiamo però, almeno per il momento (febbario 2026), capire ancora quando un testo è scritto dall’IA e quando c’è ancora la mano umana.

Già, nonostante i passi da gigante (robotico, ovvio), l’IA che produce testi, di narrativa, di saggistica o di manualistica, ha ancora meccanicità che, se inizi a vederle, le conosci subito.

Meccanicità, appunto, perché un testo interamente prodotto con IA (senza quindi intervento dello scrittore) è… artificiale. Nonostante ci metta creatività, voglia di fare, di scopiazzare pardon, rimane comunque un testo di un’intelligenza artificiale.

A me stanno arrivando veramente tanti testi prodotti con IA. Non lo nascondo che dopo un po’ ho cominciato a trovare alcune linee comuni che voglio condivedere con te. Così, senza scopi strani, ma per fare un po’ di sana controcorrente.

Ps. In questo articolo parliamo solo di narrativa. Ho fatto produrre un testo da IA per avre esempi precisi. Se indicato, gli esempi sono miei.

Fras(I)Ario

Orbene, a ogni testo generato con IA pare piacere in modo particolare alcune costruzioni frasali. Ci sono veramente ovunque. Mi chiedo perché scelga queste anziché altre. Chissà. Sarebbe da chiederlo direttamente a lei (o lui? o *?)

Non per fame, non per sete, ma per sopravvivenza.

Questa me la sono inventata, ma la costruzione è: non + non + ma. Può essere congiugata in moltissimi modi e ripresa svariate volte. Non per la guerra, non per la pace, ma per la memoria. Non per ricchezza, non per potere, ma per condivisione. Eccetera. Ritorna anche con un solo “non”: non per paura, ma per desiderio di sapere.

Mi lasciarono lì, in quell’angolo, e io… io volevo solo le crocchette.

La formula “io… io + verbo” è di nuovo molto frequente. Forse perché la nostra amica IA vuole rafforzare la sua prsenza?

Non so niente, so solo che questo testo non l’ho scritto io.

Anche questo ricorre: io no so… + so solo che… Un altro dubbio artificiale? Esempio generato da IA: “Non so chi inizia. So solo che all’improvviso la sua bocca è sulla mia, e il buio si piega”. (Il buio si piega? Come?)

Acc(I)apo

Chissà perché, all’IA piace andare sempre a capo. Sempre.

Dicono che, se ti avvicini alle rovine, puoi ancora sentire qualcosa.

Non il vento. Non il fuoco.

Una voce.

O due.

La sua voce è bassa, ferma.

Sembra una preghiera. O una condanna.

Esco di nuovo, ma la sensazione resta.

Cammino per le scale, e ogni gradino mi sembra fatto di vetro.

Trasparente. Fragile.

E so che, se guardassi sotto, ci troverei lui.

 

Se c’è un protettore degli scrittori, che venga a salvarci. E il testo, bada bene, può andare avanti così anche per una pagina. Un’intera pagina di accapo.

(I)Aggettivi e ripetizI(A)oni

La nostra IA ama fortemente alcuni aggettivi, che sparge nel testo come quando mia mamma semina l’insalata.

Tutto è denso. Tutto è vivo. Tutto è silenzioso. Tutto è fermo. Tutto è artificiale.

Un editor alle prese con la revisione di un testo generato dall’IA (sempre che decida di farlo) deve armarsi di evidenziatori, tipo due-tre e uno di scorta, perché le ripetizioni sono infinite. Non solo di aggettivi, ma anche sostantivi e verbi.

Silenzio. Voce. Buio. Nebbia. Respiro. Battito…

Sapere (top 10 al primo posto). Decidere. Tremare…

E vengono ripetuti anche concetti, descrizioni, buttati lì a mo’ di rafforzativi che però rafforzano solo la voglia di chiudere il pc e andare per funghi.

Per non parlare, infine, dei paragoni impossibili.

Par(I)Agoni

Sempre nel testo che ho fatto produrre, ce n’è uno all’inizio che fa capire la portata di qualcosa generato artificialmente.

Sotto la terra, la luce aspetta, respira dentro la pietra come un cuore dimenticato.

Ora, un cuore, lo sappiamo bene, tecnicamente non respira. Pulsa, batte, ma non respira. E il paragone è andato a farsi benedire, per non dire altro.

Eppure, a volte, una voce riesce a farsi largo tra la pietra, come un respiro dietro un muro.

Il muro deve essere veramente sottile se riusciamo a sentire il respiro…

Un barlume sottile, come un errore della pietra.

Qui ammetto di non sapere proprio cosa si è inventata, la cara IA. Che cosa sarebbe un errore della pietra?

Conclusioni (senza IA)

Scrivere con l’intelligenza artificiale è allettante per tutti. Ammetto di averlo fatto anche io. Tuttavia, come scrivevo all’inizio dell’articolo, bisogna farlo con cognizione di causa. Metterci mano. Riscrivere. Non si può, per me, dare ai lettori un testo interamente prodotto da IA senza averlo lavorato. Non lo si può nemmeno dare a un editor, perché la risposta più corretta sarebbe: adesso lo riscrivi usando emozioni e parole tue.

Perché, lo abbiamo capito, un testo made in IA non ha emozioni, eh. Può produrre qualcosa che si avvicini a una frase incisiva, creativa, ma non si sentono le emozioni dello scrittore. Perché non ci sono. E mettere le emozioni in un testo, anche in una sola frase, è la base per scrivere una storia. Ci mettiamo del nostro. Come scrivevo su Facebook, è “sputare sangue da un dente in necrosi”. L’IA non ha né sangue né denti, che cosa sputa? Parole, frasi. Ma non bastano a fare una storia.

2 risposte a “Mi pIAce questo libro (ovvero sui testi scritti con IA)”

  1. Avatar lilianaadamo
    1. Avatar Emanuela

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