“Ovunque tu vada io ti troverò”: anteprima (parte uno)

Okay, mi spiace tediarvi ma scommetto che molti di voi stanno attendendo con ansia qualcosa di nuovo prodotto dalla mia mente (malata).

Ah, dite che è meglio se faccia altro?

Pazienza, vi toccherà comunque sorbirvi questa anteprima.


A volte imbratto anche io

Io sono una di quelle imbrattacarte che per produrre qualcosa impiega anni, vuoi perché il tempo, anche a trovarlo, è poco, vuoi perché… a volte non ne ho proprio voglia.

E da anni sto lavorando a questa storia, quasi alle battute finali.

In un momento di pausa sigaretta tra una dispensa di spagnolo e una e-mail, mi sono detta: “Be’, quasi quasi disturberò i miei lettori con un’anteprima del mio prossimo libro.”

Eccola.

Lettore, ti voglio bene, ma a volte mi piace gratificare solo me stessa; porta pazienza 😉

Capitolo 1 – prima

A Tieve Marittima comandava una squadretta di ragazzini che aveva deciso che l’unico pezzo di spiaggia all’ombra del faro e della murata di cemento armato fosse il loro. Ogni estate dettavano legge su chi potesse fare i castelli di sabbia e chi no, e di inverno nessuno osava avvicinarsi neanche per raccogliere qualche conchiglia dimenticata sul bagnasciuga.  

Ma chi faceva più paura di tutti era Christian Mantero. 

Pelle e ossa, capelli dritti come gli spaghetti della Barilla e neri come una pietra levigata dall’acqua. Aveva dieci anni ma sapeva già il fatto suo. Si portava appresso una manciata di sbarbatelli, tutti più piccoli, che lo veneravano come un dio.  

E lui si sentiva un dio. Lui era il dio, il dio di Tieve Marittima e della sua spiaggetta all’ombra del faro. 

A chi non gli portava rispetto glielo insegnava a suon di ruote sgonfiate, palloni buttati nei tombini e pietre nel costume. Come facesse a incutere timore, così magro che le clavicole e le ossa del bacino spuntavano come spine, lo sapeva solo lui.  

Ma era il dio, e quindi poteva. 

Christian si divertiva con poco, a parte rovinare le giornate ai mocciosetti – i grandi li guardava con rispetto e sperava sempre lo accogliessero nella loro cerchia prestigiosa – e a raccontare al suo manipolo di lacchè le mirabolanti avventure che in verità avvenivano solo nella sua mente. 

Quello che non lo divertiva era quando non lo consideravano. 

Non lo divertiva affatto. 

E se, oltre a non considerarlo, se ne fregavano bellamente, allora andava in bestia, tanto che i suoi capelli a spaghetto sembravano sollevarsi neanche avesse preso la scossa. 

E c’era un moccioso più degli altri che proprio lo faceva incavolare.  

Quello stordito del Mancino. 

Il nome vero, neanche lo sapeva. Era nato e già si chiamava così. Padre che sbraitava e madre che fumava e beveva il vinaccio, come lo chiamava Christian, che già dall’alto dei suoi dieci anni aveva capito che faceva male a berne troppo. 

Il Mancino, proprio lo odiava. 

Perché non lo considerava, se ne fregava, sempre perso nel suo mondo e niente a scalfirlo.  

Christian ci aveva provato in tutti i modi, davvero. Da quelli banali, gomme bucate, palloni nella fogna e pietre nel costume, per passare a quelli più raffinati come la cacca sul sellino della bici – dopo aver sgonfiato le gomme, ovvio – o la pipì sui libri di scuola quando tutti erano a ricreazione.  

Ma niente, il Mancino era una roccia.  

Neanche le offese, del tipo tua madre è una beona tuo padre un fallito siete una famiglia di coglioni, e altre pillole della fantasia di un ragazzino di dieci anni, servivano. 

Niente, non lo smuoveva niente. 

Fino a quel giorno. 

Estate 1995, la fine di un luglio non proprio caldo ma nemmeno freddo, ideale per molestare i mocciosi e i loro castelli di sabbia. 

— Viene a piovere, capo.

Martino Colasanti aveva steso l’asciugamano a righe rosse e arancioni e lo aveva fermato con due pietre, per evitare che il vento che soffiava dal mare glielo facesse volare via. Martino aveva otto anni e abitava di fronte alla chiesa. Sua mamma cantava sempre e gli riempiva lo zainetto di torte alle mele, che mangiavano gli altri – primo tra tutti Christian; ovvio, era il dio.  

Christian, intirizzito nel costume dei Power Rangers e le braccia incrociate per evitare che si vedesse la pelle d’oca, fece un grugnito. A piccoli passi raggiunse il bagnasciuga, allungando il piede per sfiorare l’onda che si avvicinava. Il mare non era grosso, non ancora, ma i nuvoloni erano sempre là, immobili, minacciosi nel loro nero sudario. — Oggi niente bagno. — Digrignò i denti e mostrò il dito medio al mare. — Vaffanculo.

Chiara Zaccaro si avvolse l’asciugamano intorno alle spalle grassocce. — Io ho freddo. Me ne vado a casa. 

— Tu stai qui.

Il tono di Christian era secco, scuro come il mare che aveva davanti.  

Chiara sbuffò. 

— Piantala, Bellaciccia. 

— Non chiamarmi così.

— Sei ciccia, ciccia e ciccia. — Massimiliano aveva raggiunto il cugino e, per mostrarsi più intrepido di fronte a lui, avanzò verso il mare fino a bagnarsi le ginocchia.  

Anche Martino li raggiunse, e tutti e tre indicarono Chiara, ridendo. 

— Bellaciccia! Bellaciccia!

— Andate a quel paese. — Lei piegò l’asciugamano e infilò le ciabatte di gomma. — Io vado a casa.

— Aspetta!

Massimiliano non la stava più degnando di attenzione. Si era girato verso gli scogli. Si sistemò un ciuffo di capelli dietro le orecchie ma questi, mosso dal vento, tornò a pizzicargli il naso. — Guardate!

Christian e Martino si voltarono, e pure Chiara, anche se continuava a stringere l’asciugamano. 

Christian sorrise mostrando un buco tra due denti; se lo era fatto ruzzolando con la bici giù per la strada che portava al campetto. — Oh, ragazzi. Divertiamoci. — Camminando sulla sabbia bagnata, si avvicinò agli scogli. Il freddo aveva lasciato spazio a quella vibrante sensazione di adrenalina ed eccitazione che provava ogniqualvolta vedeva un moccioso da solo. Divertiamoci: un verbo semplice ma che racchiudeva sfumature ambigue. Se poi il moccioso era quell’idiota del Mancino, le sfumature diventavano più che ambigue.  

— Dammelo. — Christian gli si era avvicinato e indicava il coltellino svizzero. Anche il vecchio ne aveva uno, ma non gli era permesso tenerlo. “Sei troppo piccolo”, gli diceva, “cresci di qualche centimetro e te lo farò usare”. 

Il bambino continuò a rimuovere trucioli di legno senza alzare lo sguardo. 

— Oh, hai sentito?

— Moccioso, quando il capo parla devi alzare lo sguardo. — Martino lo prese per una spalla e con una manata gli fece cadere coltellino e pezzo di legno. 

Il Mancino alzò lo sguardo. — Che volete?

Il tono tranquillo fece salire il calore alle guance di Christian: quel poppante lo fissava come se avesse davanti uno scemo. Scemo lui! Era il capo. Era il dio. Afferrò il coltellino. — Questo lo tengo io.

— E perché?

Di nuovo quel tono tranquillo. Sembrava il suo vecchio prima che si togliesse la cintura e lo minacciasse di sculacciarlo se non avesse fatto i compiti.  

Un tuono precipitò sull’acqua e il vento spruzzò i loro corpi di acqua ghiacciata. 

— Che è ’sta roba. — Massimiliano aveva preso il legnetto. — Ma che è? 

Il Mancino si alzò di scatto e glielo tolse dalle mani. — Lo Strisciante. Non toccare lo Strisciante! 

— Il cosa? Tu sei tutto matto. — Martino ridacchiò, ma il suo sguardo correva al pezzo di legno. 

— Lo Strisciante. Lasciate stare lo Strisciante. — Il Mancino stringeva al petto il pezzo di legno come se fosse stato un orsacchiotto di peluche.  

Da lontano, Chiara li osservava rabbrividendo. — Andiamo a casa? Ho freddo. 

— Zitta, Bellaciccia. — Christian giocherellava con il coltellino. — Lasciamo stare il tuo Striscioso se mi regali questo. — Rigirava il coltellino tra le mani. Nei suoi occhi scuri si riflettevano i bagliori di qualche lampo che cadeva all’orizzonte.  

Il Mancino si stava allontanando dagli scogli, diretto alla spiaggia. Christian lo prese per una spalla.

— Eh, no. 

— Che vuoi ancora?

Quel tono non lo digeriva. Gli creava una massa di fuoco nello stomaco che bruciava e gli risaliva in gola. Nessuno doveva parlargli con così sufficienza. Lui era il capo. Era il dio. Diede una spintonata al moccioso, che incespicò su un sasso e cadde di schiena. Il pezzo di legno gli sfuggì dalle mani. 

Christian si chinò a raccoglierlo. Lo guardò piegando un lato della bocca all’ingiù: era un ometto stilizzato con le braccia e le gambe abbozzate e una testa sproporzionata e senza collo. Le braccia erano rivolte all’insù e piegate all’altezza dei gomiti.  

— Bella roba il tuo Striscioso. 

Con un gesto del braccio fece compiere una piroetta al pezzo di legno, che cadde in acqua con un plof e venne inghiottito. 

— No!

L’urlo del Mancino era così acuto che Martino e Massimiliano, immobili fino a quel momento, sussultarono. Indietreggiarono di qualche passo. 

— Cos’hai fatto! — Il Mancino tremava, stringendo i pugni contro i jeans sfilacciati ai bordi. — Ti punirà! Lo Strisciante si vendicherà!

— Sì, sì. — Christian simulò uno sbadiglio. Agitò il coltellino. — Grazie per il regalo.

Un’occhiata truce a Massimiliano e Martino fece capire che era ora di andare.  

Il Mancino si parò davanti a loro. — Ti seguirà ovunque e le sue due bocche ti divoreranno.

La sua voce era rauca e rotta dalle lacrime, e Christian abbaiò una risata. — Vai da mammina, piccoletto. — Lo spinse via con un colpetto sulla spalla. — Tu e il tuo Strisciolo.

— Strisciolo! Strisciolo! — cantilenarono Massimiliano e Martino. 

Poi si allontanarono, mentre le prime gocce d’acqua segnavano solchi sulla spiaggia. 

Era stato un bel giorno per Christian. Si era sentito davvero un dio. Il dio. 

Peccato fosse uno degli ultimi.